ROMA E SOLO ROMA | Bed and Rome and Breakfast

lunedì 29 maggio 2017

ROMA E SOLO ROMA

Murales di Via Apulia

L'Ultimo (per ora) Imperatore

Ci sono stati, e ci sono, altri grandi calciatori che hanno legato il loro nome in maniera indissolubile a quello dell'unica squadra per cui hanno giocato, a parte magari l'inizio da giovanissimi o qualche scampolo di fine carriera.
Dalla mia giovinezza ricordo Rivera, Mazzola, Riva, poi successivamente Bergomi, Baresi, Maldini e in tempi più recenti Del Piero; o, in Inghilterra Terry e Gerrard, bandiere del Chelsea e del Liverpool.
E' successo anche in altri sport di squadra, ad esempio nel basket, sport che forse mi piace anche più del calcio. L'anno scorso hanno smesso di giocare due grandissimi come Kobe Bryant, bandiera dei Los Angeles Lakers, squadra in cui ha militato per 20 anni, e Tim Duncan, per 19 anni nei San Antonio Spurs.

Ma, forse con l'eccezione di Gigi "Rombodituono" Riva con Cagliari, nessuno è stato in simbiosi non solo con la squadra ma con la città intera come Francesco Totti, che ieri ha giocato la sua ultima partita a Roma con la Roma. E Roma non è Cagliari, ma qualcosa di diverso.
Tra i tanti articoli che sono stati pubblicati e gli innumerevoli special televisivi mandati in onda, ne ho trovato uno che, forse meglio di ogni altro, spiega il perché, centrandosi sulla città prima ancora che sull'uomo e sul calciatore.
E' stato scritto prima della partita e pubblicato su La Stampa di Torino, firmato da Alberto Infelise.
Qui sotto ne riporto il testo, sottolineando quelli che, a mio avviso, sono i passaggi chiave per comprendere non tanto il fenomeno Totti, ma proprio la città di Roma, e la sua unicità.

"Pure il Santo Padre sarebbe potuto diventare un ottimo genitore, con quel bel carattere che si ritrova. Ma Domineddio l’aveva già chiamato a un compito più alto: diventare vescovo di Roma. Pensare che possa esistere qualcosa di più grande che essere il numero uno a Roma è legittimo, ma significa non capire nulla di che cosa sia questa città. Né di che cosa sia Francesco Totti. È una questione di comprensione della realtà: si può far finta che non sia così com’è, ma si commette un errore. Per anni, quando era evidente che il Capitano era uno dei migliori al mondo, in molti hanno sogghignato: «Chissà cosa sarebbe diventato lontano da Roma, in un grande club come il Real?». Non è una domanda sbagliata: è una domanda senza senso.
Totti è stato in un grande club, nel più grande di tutti per un tifoso, quello del cuore. Quello che si ama in maniera viscerale e senza ragione, per pura e inevitabile follia, come qualsiasi amore vero. Avrebbe senso chiedere a un uomo innamorato e pazzamente ricambiato se non sarebbe stato meglio innamorarsi di un’altra? Chi ironizzava sul fatto che Totti fosse un fenomeno interno al Raccordo Anulare non ha capito quanto apparisse egli stesso periferico per il solo fatto di essere esterno al Raccordo Anulare. Almeno agli occhi di un cittadino romano. La vendetta, peraltro inutile perché ribaltata grazie all’ironia, è stata descrivere Totti come un borgataro, un sempliciotto - come se ci fosse qualcosa di male poi - non prendendosi mai la briga di andare a vedere su una mappa dove fosse via Vetulonia, Porta Metronia, dove Francesco è nato e cresciuto. Se non proprio in centro, quasi (nota: sta proprio dietro la Basilica di San Giovanni in Laterano, Santa Sede, cattedrale di Roma e madre di tutte le chiese del mondo; in altre parole il cuore stesso di Roma).


Quello che chi non vive Roma ha la sfortuna di non riuscire a intendere è che «nulla salus extra ecclesiam» vale ancora oggi, dopo duemila anni, dato che chiesa o comunità è l’Urbe. Roma è una città dalla quale è difficilissimo andarsene, anche quando è malata e ferita come oggi. Perché da sempre e per sempre è madre e sorella, amante e sposa, gialla come il sole, rossa come il cuore.

Totti è stato il suo figlio amatissimo e predestinato ai più alti onori. Fin da quando, ragazzetto, la gente andava a vederlo sul campo della Lodigiani. Ha incarnato lo spirito collettivo di una città che si riconosce nei suoi eroi. Come Alberto Sordi, come Petrolini, come Trilussa e Pasquino. È un sentimento, uno spirito del luogo che nelle altre città non esiste. Roma sa di essere fatale ed eterna. Lo è per vocazione, per missione, ab Urbe condita. In quel capolavoro di romanità che è Il marchese del Grillo di Mario Monicelli, quando i francesi entrano al Quirinale e imprigionano papa Pio VII, il popolo grida: «Hanno rubato il Papa!» Rubato. Non rapito, non carcerato. Rubato, perché trattasi di proprietà dei romani (poi quei transalpini l’hanno restituito il Santo Padre, eh).


Ora, a ventiquattro anni dall’esordio, quella giovinezza è passata, ma non trascorsa. Totti ha ancora voglia di giocare, ma la società ha deciso che quella di domenica contro il Genoa sarà l’ultima partita in giallorosso. Forse l’enfant du pays, uno dei più grandi profeti in patria che la storia (piuttosto corposa) della Capitale ricordi, andrà a giocare ancora un poco all’estero. Si divertirà, sorriderà sornione, farà vivere altri mondi alla famiglia. Poi, appena potrà, tornerà. Perché Roma non si lascia mai, né si discute: Roma si ama."

Vincenzo

St. John Villa
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